Cosa la coppia desidera per il proprio figlio e cosa desidera per sé

figlio anello di congiunzione

Tutti gli uomini, o Socrate, sono pregni nel corpo e nell’anima

e quando giungono a una certa età

la nostra natura fa sentire il desiderio di procreare (…)

L’unione dell’uomo e della donna è procreazione;

questo è il fatto divino e,

nel vivente destinato a morire,

questo è immortale: la gravidanza e la riproduzione

(Platone)

 

Ogni essere umano racchiude nella psiche un profondo desiderio di immortalità e la procreazione rappresenta la via più semplice e concreta per raggiungere lo scopo desiderato. Attraverso la stirpe si trasmettono in effetti i propri geni a più generazioni successive e contemporaneamente si prolunga nel tempo la memoria di sé. Nel considerare l’aspirazione a diventare genitori dobbiamo dunque tenere presenti queste motivazioni più profonde, anche se è ovvio che, mentre un figlio biologico consente di raggiungere gli obiettivi di discendenza biologica e memoria con un figlio adottato si ottiene l’obiettivo di tramandare il ricordo di se stessi che ha una forte valenza psicologica anche quando la persona non è affatto consapevole di queste sue finalità (Tilde Giani Gallino, 1994).

Un figlio rappresenta la naturale conseguenza di un progetto inscritto nel tessuto biologico e culturale di ogni essere umano. Un figlio, pur essendo “nato di donna”, è frutto di un incontro coniugale, di un essere insieme, e solo in questa dimensione può nascere psicologicamente alla vita, crescere e realizzare un proprio destino di individualità, separazione, amore. Egli rappresenta il punto di arrivo e nello stesso tempo di partenza di una lunga storia radicata nel passato individuale dei suoi genitori e nel presente della loro realtà coniugale.

Se pensiamo al Cristianesimo la dimensione trinitaria della Divinità -Padre, Figlio e Spirito Santo- identifica il significato più profondo dell’essere e della relazione d’amore. Al di là di ogni considerazione teologica o antropologica le Autrici (1994) sostengono che la dimensione triangolare dell’esperienza relazionale umana emerge come patrimonio biologico, culturale e psicologico nello stesso tempo. In questa prospettiva la coppia si apre sempre e necessariamente alla donazione, al “terzo”, alla genitorialità, che non sempre si identifica nel figlio concreto.

La continuità dell’esistere nel binomio vita/morte, amore/odio, individualità/complementarietà sollecita nei futuri genitori fantasie cariche di emozioni, di sentimenti e attese, che esaltano i rispettivi bisogni narcisistici. Nello stesso tempo però si attivano o riattivano fantasie angosciose caratterizzate da aggressività e paura, sentimenti di inadeguatezza e ansia verso il futuro. Il figlio sognato e creato nella propria immaginazione si carica di tutti questi significati fin falle fasi più precoci dello sviluppo infantile. Fantasticato nell’inconscio individuale, immaginato come rispecchiamento del proprio Sé, si delinea successivamente nella relazione adulta di coppia, e assume le caratteristiche di una nuova modalità di organizzazione psicologica, sintesi di uno scambio affettivo a due.

La costruzione immaginaria del figlio costituisce il primo vero concepimento mentale e il primo passo verso la costruzione di una famiglia e l’assunzione dei ruoli genitoriali. Questo processo implica che la coppia, pur nella specificità della loro relazione, abbia raggiunto alcune mete indispensabili per aprirsi a una nuova vita. Farri Monaco e Peila Castellani (1994) hanno tentato di mettere a fuoco alcuni dei significati più pregnanti che il figlio viene a rivestire nella vita di una coppia.

Il figlio è l’anello di congiunzione fra il passato e il futuro.

L’esigenza di un figlio, come bene ha evidenziato Freud, si colloca nel bisogno di combattere la morte, di affermare il proprio narcisismo nella dimensione dell’immortalità. Quando questo bisogno narcisistico appare esclusivo, il figlio rischia di essere immaginato, ancora prima di nascere, come un prolungamento puro e semplice di sé, privo di valenze o potenzialità progressive autonome. Il sogno di procreare un figlio, se da una parte proietta la coppia nel futuro, verso l’immortalità generazionale, dall’altra si radica nel passato individuale e sociale. È il senso di appartenenza alla stirpe che si attiva e permette di ritrovare le proprie radici. “Il figlio è un prodotto comune di storie diverse, in tal senso la frase ricorrente, «assomiglierà a…; somiglia a…», è da intendersi come necessità di definire quali tratti comportamentali e quali valori delle due famiglie di origine continuerà” (Pasini, 1991). La presenza reale o meno delle figure genitoriali dei due partner spinge la coppia a rivivere in forma conscia o inconscia conflitti arcaici  esperienze emotive aventi per oggetto i rapporti pre-edipici ed edipici interiorizzati con la madre e con il padre. Per questo motivo i sentimenti verso il figlio sono spesso caratterizzati da conflittualità e ambivalenze, in cui le proiezioni di antiche esperienze ostacolano il formarsi di un nuovo rapporto. È il passato che incombe in forma non elaborata e non integrata. La catena che unisce genitori e figli appare un legame generazionale da cui non si può prescindere e che rappresenta nella dimensione temporale un ponte proteso sul futuro. La ricerca a volte ossessiva delle somiglianze fisiche e psichiche con i propri parenti e antenati assume il significato pregnante di conferma e di riconoscimento della continuità nella nuova vita individualizzata.

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