Il mio lavoro con la famiglia 3

Che cosa si deve intendere per processo educativo?

Il concetto di educazione è senza dubbio molto più ampio di quanto si creda comunemente: coinvolge tutti gli stimoli che provengono dal mondo esterno, dalle cure familiari ai contatti con il mondo della scuola e con il sociale.

L’educazione interessa quindi la crescita psicologica e fisica di ciascuno di noi. La parola educare, infatti, deriva dal verbo latino ex ducere, che significa «tirar fuori», «sviluppare», portare a compimento; in altre parole, educare vuol dire aiutare a crescere in modo positivo.

In senso molto lato, il termine educazione sta ad indicare il processo di formazione dell’uomo (inteso sia come individuo sia come gruppo) nella direzione di una lenta ma autentica scoperta e chiarificazione di sé, ovvero delle proprie peculiari caratteristiche.

Il processo educativo è, dunque, quell’atto educativo che,  in qualche modo, prevede un intervento che ha una continuità nel tempo: in pratica, è una procedura formativa che dura tutta la vita.

Educare un figlio oggi, significa rivelare ai genitori (sarebbe più giusto parlare di educatori), i segreti per difenderlo dalla TV che diventa sempre più la “baby-sitter domestica”, dal computer che indubbiamente rimaneggia le relazioni interpersonali verso un modello sempre più diadico: «io-computer», dal cibo (problemi alimentari come, ad esempio, anoressia e bulimia sono in continuo aumento), dalla dipendenza da telefonino (o “cellularemania”), dalla droga, dai videogames, ecc., cioè da tutti quei prodotti del presunto ed inefficace benessereattuale, che creano appunto dipendenza e quindi isolamento sociale.

Le nuove identità infantili e adolescenziali, oggi paiono il risultato di creazioni non più del contesto familiare o comunitario, bensì di tutti questi strumenti che tengono in serbo, isolando un bambino/ragazzo per ogni fascia di età. I figli diventano comunque esseri “a rischio”.

Questo processo rappresenta però un momento critico speculare:pesa cioè non solo sui bambini ma anche sui genitori.

Infatti, è sempre questa realtà, che costringe questi ultimi a capire e ascoltare meno i bisogni dei loro figli, poiché è più potente l’influenza dell’attuale sistema sociale dei consumi e della globalizzazione dei mercati che si riflette sui ritmi di vita delle persone, della società e sugli impegni lavorativi di noi tutti.

Il mondo dei grandi è sempre più caratterizzato da modelli di persone come super-manager, super-man, semidei…, in pratica, tutti “super” impegnati nel ricercare la propria realizzazione, ma poco empatici, incapaci di ascoltare e parlare con i loro figli e con la speranza di compensare alla loro assenza attraverso regali sempre più mega, con l’illusione che, accontentandoli e dando loro ciò che desiderano di materiale, di fatto poi riescano a porre una pezza nella loro assenza affettiva.

Nella nostra società risulta chiaro come il sistema famiglia si presenta con delle problematiche che non rendano il genitore pienamente consapevole e responsabile del suo ruolo (impegni di lavoro frenetici e totalizzanti, crisi di coppia, separazioni, immaturità psicologiche che portano a rivestire il ruolo di madre-padre in modo poco responsabile, incertezza per il futuro e il lavoro, ecc.).

Sembra quindi evidenziarsi uno sviluppo umano e socioculturale in continuo espandersi, dove i genitori sembra non abbiano più “tempo e spazio”, a causa degli impegni, per poter stare con il proprio bambino, mostrando così carenza di valori affettivo-emotivi e ludici che nella normale vita quotidiana frantumano e disturbano la relazione e i suoi aspetti interattivi.

Ma la qualità della relazione genitori-figli, quale mezzo e oggetto della comunicazione, induce a sottolineare l’importanza degli aspetti personali, relazionali e sociali che permettono di privilegiare nel rapporto la dimensione dell’ascolto, in senso lato, allo scopo di cogliere le difficoltà del bambino.

Il come educare i propri figli richiede dunque dei momenti di confronto e di relazione con loro, ovviamente, che valorizzino il proprio ruolo, le proprie risorse, che diano la possibilità di esternare le dinamiche interiori e fare in modo che siano affettivamente sostenuti.

Essere genitore non garantisce il saper fare i genitori, risulta chiaro che questo ruolo (o mestiere!) non è così facile. Di certo, non esiste un decalogo del bravo genitore: non esistono né genitori né figli perfetti e non ci sono nozioni scientifiche o informazioni tecnico pratiche che possano dire con assoluta certezza cosa sia giusto fare o non fare con un figlio, o libri che possano spiegare come non sbagliare mai.

Col grande Bruno Bettelheim possiamo confermare che “nel lavoro di crescere i figli, le cose importanti si fanno momento per momento, mentre accadono i fatti della vita. Non esistono lezioni né momenti specifici per imparare”.

Fare il genitore è, pertanto, un’ “impresa creativa” che si formula in modo soggettivo, che nasce dal confronto delle esperienze della propria vita e stili comportamentali acquisiti empiricamente, si evolve attraverso la consapevolezza delle proprie modalità relazionali e comunicative e si consolida nel riconoscere il cambiamento (visto, appunto, come aspetto caratteristico di qualunque crescita) come una risorsa, e non come aspetto negativo.

In questo senso, abbiamo da ricordare sempre che la comunicazione è molto importante nel rapporto genitori-figli poiché è una conditio sine qua non, fondamentale e indispensabile della vita umana e dell’ordinamento sociale.

Ma per comunicare nella relazione coi propri figli abbiamo da ascoltare i loro bisogni per salvare insieme a loro anche gli adulti e così l’umanità. [Qui apro una parentesi, per spiegare cosa intendo per “salvare insieme ai figli anche gli adulti e l’umanità”:  Ogni cosa che noi facciamo, in bene e in male, è imitata, presa e appresa dai minori e le acquisizioni fatte che si porteranno dietro, caratterizzeranno la loro vita futura e la vita di coloro coi quali entreranno poi in relazione, ivi compresi quelli che saranno li loro figli].

Per riuscire a fare questo, credo sia necessario imparare ad ascoltare i propri bisogni e a riconoscere e distinguere le proprie emozioni da quelle dei bambini.

Per ascoltare le emozioni dei propri figli è indispensabile tener conto del fatto che, nella crescita umana, intervengono un insieme di fattori, quali: l’unicità del figlio e il suo personale modo di rispondere agli stimoli; l’unicità dei genitori che si pongono di fronte al proprio figlio con il loro peculiare modo d’essere; infine, l’unicità della loro interazione dovuta al particolare incontro di quel determinato individuo con quei genitori.

Questo significa che il processo di crescita è molto complesso e va al di là di semplici interazioni causa-effetto del tipo “Se attiverò questo comportamento, otterrò questa reazione”.

Molto importanti, sono i comportamenti, gli atteggiamenti e gli stili che i genitori possono dare a loro stessi e al figlio, al fine di facilitare un “sano” sviluppo di quest’ultimo e una loro efficace interazione.

      Ci sarebbe davvero tanto ancora da dire, in un discorso che è davvero impossibile esaurire in poche parole: è pur vero, tuttavia, che il messaggio principale che io vorrei inviare tramite questo articolo, è che, proprio come si evince dal titolo stesso, è necessario sapersi prender cura di sé, per potersi prender cura dei propri figli e, soprattutto, che se è vero che è importante conoscere le fasi di evoluzione dei propri figli, caratterizzati da determinati bisogni e mete di sviluppo differenti per ogni fase; è altrettanto vero che è necessario tener conto dei comportamenti che aiutano i figli ad attraversare quella determinata fase evolutiva definiti “compiti” dei genitori verso i figli stessi; e, ancora, conoscere i potenziali problemi dovuti ad un’inadeguata genitorizzazione, evidenziando gli interventi che possono, invero, sortire effetti positivi sulla crescita. È, inoltre, vero che i GENITORI hanno da ricordare e considerare e mai da metter da parte, i PERMESSI che hanno bisogno di dare a se stessi e i bisogni che è importante soddisfare, per essere in grado di avere cura dei propri figli nel momento in cui ri-sperimenteranno insieme a questi ultimi, quel determinato stadio di sviluppo.

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