Amico immaginario

aiuto come si fa amico immaginario

Il bambino con un amico immaginario è un ottimo problem solver. Proprio così!

Chi ha un amico immaginario è capace di risolvere problemi: i suoi, innanzitutto.

L’amico immaginario è, infatti, una risorsa preziosa alla quale ricorrere nei momenti di bisogno.

Intorno ai 2-3 anni, il bambino si trova a vivere il momento clou dello Stadio della Prima Separazione nel quale inizia ad incontrare (e a scontrarsi) con esperienze nuove e più complesse, alle quali decide di far fronte da solo e in piena autonomia. Paura, rabbia, tristezza sono emozioni che, spesso, insorgono dalla relazione con le altre persone e dall’agire la propria indipendenza: sono emozioni molto forti che, non sempre, il bambino è in grado o vuole esternare.

Ricorrendo, allora, alla propria capacità immaginativa, alla fantasia e alla creatività che lo caratterizza, decide di avere un compagno col quale parlare e condividere tutto ciò che sente, pensa e vive, in particolare se mamma e papà non sono sempre disponibili ad ascoltare o a comprendere.

Da qui, il suo parlare e il raccontare i suoi vissuti ad una entità visibile solo ai suoi occhi. Le caratteristiche proprie di questo fantastico amico sono, il più delle volte, riconducibili a qualcuno che fa già parte della sua vita (papà, mamma, uno zio…); ad un eroe immaginato; a se stesso… e rappresentano il meglio per lui. È un amico coraggioso, incoraggiante, tranquillizzante, calmante, rassicurante, un ottimo ascoltatore, solidale, accogliente…

Può, tuttavia, essere anche un amico che rispecchia alcune caratteristiche del bambino stesso: essere timoroso, timido, triste per il quale trovare/usare risorse utili ad aiutarlo e proteggerlo.

Possiamo sentirlo mentre dice: «Il cane abbaia!» o «Il tuono brontola!» o, ancora, «È buio perché è notte!»: è un modo per aiutare l’amico [e, dunque, sostenere se stesso, quando il coraggio non è così saldo e definito] e placare i suoi timori e le sue debolezze.

L’amico immaginario, tuttavia, può anche prendere le “sembianze” della parte meno buona del bambino stesso: a tale scopo, sarà accusato di tutte le malefatte che il bambino commetterà. La presenza di un capro espiatorio di tal fatta non è legata alla volontà di sottrarsi alla responsabilità delle proprie azioni, quanto a fronteggiare ciò che emerge nella propria coscienza. Riconoscendo un’azione buona da una “cattiva” e non avendo ancora la forza morale di fare (solo) ciò che è bene, tende a separare se stesso dagli agiti disfunzionali e attribuire ad altri (l’amico immaginario), la colpevolezza. Così, mitiga il senso di colpa, punendo il “vero” artefice dell’azione da castigare. Più avanti, quando sentirà maggiormente la coscienza, saprà evitare di commettere errori e l’amico immaginario da colpevolizzare, sparirà.

Tuttavia, spesso, i genitori si spaventano e preoccupano quando sentono e vedono il bambino che si relaziona a qualcuno che, di fatto, non c’è ed in particolare non sanno come comportarsi.

E, allora, “Aiuto… Come si fa?”.

  • Accettiamo l’amico immaginario del nostro bambino perché fa parte di un gioco proprio di un normale processo di crescita e non riguarda patologie psicologiche di alcun tipo.
  • È un compagno di giochi con il quale il bambino condivide le sue attività: lui sa che si tratta di un gioco, ma non per questo è meno serio di altre attività (adulte)!
  • Ricordiamo che il bambino che crea un compagno immaginario è creativo, positivo e interessato al rapporto con gli altri; è capace di fare ed inventare giochi che contemplano una fervida immaginazione e richiedono un linguaggio articolato e ricco.
  • Teniamo presente che è un amico che aiuta a crescere ed a migliorare la propria capacità di socializzare e stare con gli altri con empatia.
  • Permette una migliore conoscenza ed accettazione di sé, dei propri pensieri ed emozioni, riuscendo a trovare le strategie utili per affrontare, gestire e metabolizzare le emozioni più difficili: rabbia, tristezza, paura, solitudine… e condividere gioia, felicità, allegria.
  • Ricordiamoci, sempre, di parlare al bambino “come se” questo amico sia realmente presente: apparecchiamo anche per lui, portiamo due merende, due bicchieri di succo di frutta e via dicendo. Il bambino sarà talmente felice di questo che inizierà a coinvolgerci nei “loro” giochi. Fare come se non ci fosse, invero, o negare il compagno fantastico è disfunzionale e può favorire un allontanamento del bambino che si sentirà incompreso e solo.
  • Ricordiamo che gli amici immaginari (come i giocattoli) sono di sua proprietà. Pertanto, potremo giocare insieme solo se il bambino ce lo permette e ci invita.
  • Se, ad esempio, l’amico immaginario occupa un posto (una poltrona, una sedia…) destinata di norma ad un altro componente della famiglia, gli si può chiedere di farlo accomodare da un’altra parte. Eviteremo la rabbia del bambino e lo faremo sentire rispettato ed accettato.
  • Evitiamo di raccontare del nostro potere di far sparire il suo amico o metterlo contro il bambino stesso, perché creeremo, in lui, confusione, tristezza e rabbia.

Accettiamo felicemente, dunque, di fare aumentare la famiglia per qualche breve periodo di tempo. Ne fruiremo tutti, non solo il nostro piccolo.

N.B. Allarmarci, preoccuparci o fare finta di nulla sono tutti atteggiamenti maladattivi per il bambino che, con questo amico speciale ed invisibile, avrà modo di crescere ed imparare ad accettare e relazionarsi meglio a se stesso, gli altri e il mondo che lo circonda.

 D.ssa DGhisu

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