Parlare ai bambini e farsi ascoltare.

aiuto come si fa a parlare con i bambini1

Parlare al bambino per farsi ascoltare è, spessissimo, un problema di difficile soluzione per molti genitori. E, ancora più complesso, diviene quando il bambino è nella fase della separazione/individuazione, durante la quale assume atteggiamenti oppositivi, talvolta aggressivi e caratterizzati dal “no”. Di certo è arduo per un genitore relazionarsi al suo piccolino quando agisce sempre come il “bastian contrario” della situazione perché è difficile mantenere la calma e avere la giusta pazienza per evitare di lasciarsi andare all’utilizzo di epiteti e frasi dure e offensive delle quali ci si pente, sentendosi in colpa.

Mi piace sottolineare il fatto che sapere quanto la fase dei “no” del bambino sia normale ed indispensabile per lo sviluppo della sua personalità e dell’autonomia, non solo è insufficiente, ma soprattutto, che accoglierla ed accettarla non significa far sì che gli sia consentito di agire tutto ciò che a lui pare. Anzi, proprio in questo periodo il bambino ci sottopone costantemente a prove per testare i suoi limiti e la nostra capacità di contenimento e, dunque, ha un estremo bisogno della nostra fermezza e dei nostri “stop” dei quali ci ringrazierà in seguito, anche se, lì per lì, può sembrare l’esatto contrario.

Aiuto… come si fa, allora?

Per prima cosa è necessario ricordarci sempre che il bambino che abbiamo davanti, per quanto piccolo, è una persona in grado di dialogare e ragionare con noi: l’importante è utilizzare parole chiare, semplici e, quindi, alla sua portata.  Partiamo, anche, con l’avere fiducia in noi stessi e in lui e questo sarà un passo importante per rivestire di positività le nostre parole.

Ecco come fare:

  • Evitiamo di urlare: questa è la regola di base dalla quale noi per primi dobbiamo partire e che anche loro seguiranno.
  • Immedesimiamoci in lui e cerchiamo di capire i suoi sentimenti: se non capiamo, chiediamo direttamente cosa sta succedendo, cosa sta provando (“Noto che sei arrabbiato/triste… Come mai?”).
  • Chiediamogli cosa vorrebbe di diverso rispetto a ciò che noi gli stiamo chiedendo di fare e troviamo (laddove sia possibile) un compromesso che si concilia con entrambe i punti di vista.
  • Usiamo il linguaggio delle fiabe: il bambino vive in un mondo magico dove ogni cosa è viva ed animata. Di certo sarà per lui più facile ascoltarci ed accettare di buon grado ciò che gli chiediamo di fare.
  • Chiedere di fare una cosa alla volta: chiedere di lavarsi le mani, mettere via i giochi, i colori e quant’altro è troppo per un bambino. Diamo una consegna alla volta.
  • Se il bambino fa qualcosa che non va bene, non lasciamo correre per evitare un impegno che possa rompere la “tranquillità” del momento: se lo facciamo una volta, saremo costretti a farlo sempre perché sarà sempre più difficile ottenere il rispetto delle regole. Dunque, NON CEDIAMO!
  • Ricordiamo al bambino i momenti in cui ha avuto agiti positivi e anziché dirgli: “Sei sempre il solito!”, quando fa qualcosa di disagevole, diciamogli: “Sai, mi è venuta in mente quella volta in cui hai fatto (…). Sei stato proprio bravo e mi hai fatto sentire una brava mamma (o un bravo papà)”.
  • Quando compie un’azione positiva e ben fatta, congratuliamoci con lui dicendogli: “Hai fatto proprio un buon lavoro!”, invece di dirgli: “Sei stato davvero un bravo bambino!”, perché distinguerà il fare dall’essere, visto che è OK, al di là di ciò che fa e di come lo fa e le due cose, dunque, non vanno confuse.
  • Inviamo messaggi che incoraggino il pensiero logico e consequenziale. Se, ad esempio, il bambino versa il latte diciamogli: “Hai versato il latte, asciuga per favore” e non “Perché hai versato il latte?”; oppure: “Se continui a girare per casa con le scarpe infangate, sporcherai dappertutto e dovrai pulire”, invece di “Le tue scarpe sono sudice!”.
  • Dire al bambino “Sii buono!”, non gli è utile perché non comprende cosa effettivamente gli sia richiesto. Fare delle richieste specifiche gli permetterà di auto-correggersi tenendo conto, sempre, della sua età.
  • Inviamo richieste e messaggi positivi. Usiamo il “Cammina” invece del “Non correre”; il “Guarda con attenzione”, invece di “Non farti male”; “So che è doloroso” (abbracciandolo), invece di “Non piangere” e così via.
  • Mettiamo da parte ricatti e minacce: dire al bambino che otterrà qualcosa in cambio che (ad esempio) riporrà i suoi giochi, gli insegna a fare qualcosa per ottenerne una in cambio, mentre è importante offrire qualcosa solo dopo che ha fatto il suo dovere e evitando che le due cose siano legate e conseguenti.
  • Non mostriamoci spaventati dalle reazioni di rabbia del bambino; conteniamolo con un abbraccio, se lui ce lo consente; oppure aspettiamo che si sia calmato per tornare a parlare con lui e, comunque, manteniamo fermo il nostro “no” ricordandoci che è una negazione per il suo bene e non un modo per sancire il nostro potere su di loro: “Capisco che tu sia arrabbiato, ma questo non puoi farlo (o averlo)!”.
  • Se il bambino urla, non aumentiamo il nostro tono di voce, anzi abbassiamolo e, nel caso, stiamo in silenzio, mentre continuiamo ad osservarlo con calma.

Per concludere vorrei inserire la regola dei tre passi che andrà utilizzata mantenendo un tono di voce calmo e pacato. Si tratta di una regola che si può utilizzare a qualunque età adeguandola alle nostre esigenze. È un modo per inviare un messaggio costruttivo anziché uno critico-negativo che non lascia spazio e libertà alla scelta responsabile di nostro figlio.

Situazione esemplificativa (che ognuno adeguerà al bisogno):

  1. Capisco che ti diverta ascoltare la radio, ma il volume è così alto da disturbare. Puoi abbassare o ascoltarla altrove o mettere le cuffie?”. Questo è il primo passo in seguito al quale il comportamento resta invariato.
  2. “Non sei riuscito a tenere basso il volume della radio, se continuerai dovrai spegnerla del tutto”. Questo secondo passo invia la nostra comprensione, la proibizione e, insieme, le conseguenze alle quali andrà incontro se il suo agire persisterà.
  3. “Non sei riuscito in ciò che ti ho chiesto di fare. Ora spegni la radio!”. Questo terzo (ed ultimo) passo è necessario e congruente con i messaggi inviati nei primi due passi. È importante tener fede a ciò che è stato detto in precedenza ed evitare di fare marcia indietro se vogliamo incoraggiare il bambino a fare sempre meglio.

d.ssa DGhisu

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