Parolacce

aiuto come si fa parolacceFino ai 2-3 anni i bambini pronunciano tutte le parole attribuendo ad esse la stessa rilevanza; parole belle e parole brutte per lui sono uguali perché non ne comprende ancora pienamente tutte le sfumature di significato.

I bambini adorano parlare e sentire il suono della loro voce. Le parole sono giochi, suoni, esercizi divertenti che usano per ottenere qualcosa. Ai bambini piacciono, anche, le parolacce proprio per il loro suono buffo e capita che le ripetano in momenti e luoghi diversi e inopportuni.

La prima volta che sentiamo nostro figlio, pronunciare una parolaccia, reagiamo col sorriso. Se, poi, la parolaccia è pronunciata in presenza di altre persone, il sorriso diviene vergogna e rabbia.

Fino ai 3 anni i bambini capiscono dalla reazione degli adulti che si tratta di parole particolari, diverse dalle altre. La conseguenza è che queste diventano interessanti e attraenti. Ricordiamo il bambino sta vivendo una fase durante la quale scopre il mondo e, spesso, desidera comportarsi in modo spiritoso e sfrontato.

Pur non capendo il significato di quello che dicono, sono in grado di cogliere completamente l’effetto che hanno sull’adulto: è proprio questo che fa sì che ripetano tali parole allo scopo di e suscitare, ancora, tale piacevole effetto.

Dopo i 3 anni il bambino attribuisce alle parole il giusto significato e può distingue tra parole “buone” e “cattive”: a tre anni, infatti, inizia ad acquisire le regole morali, a distinguere tra vero e falso, bene e male, giusto e sbagliato.

Ma da chi le ha imparate? Dove le ha sentire?

Spesso ce lo chiediamo e la risposta è semplice: da noi! Tuttavia, la nostra umana e diffusa difficoltà ad ammetterlo, ci porta a pensare ed affermare che siano state acquisite fuori casa. Altri luoghi di apprendimento sono quelli sociali e comunitari: asili, parchi, sale giochi e luoghi di incontro di vario tipo.

Capire qual è la provenienza di queste parole è importante per vigilare, interrogarsi sulle frequentazioni del piccolo e, qualora sia necessario, accompagnarlo e/o seguirlo più da vicino.

Ma perché i bambini amano dire le parolacce?

  1. Sicuramente per attirare l’attenzione e provocare una reazione, positiva o negativa che sia. Anche farsi sgridare infatti è un modo per ottenere l’attenzione degli adulti, soprattutto, se non è facile averla in altro modo.
  2. Al bambino piace il loro suono buffo e ridicolo che esse celano: le parolacce più note sono, infatti, facilmente memorizzabili ed orecchiabili proprio grazie ai loro suoni, rispetto al loro significato che i bambini ignorano e non comprendono.
  3. È un modo per imitare gli adulti per loro importanti: amici, fratelli, cugini, zii e gli stessi genitori. Ciò che noi facciamo e diciamo è importante e va (per loro) imparato e imitato.
  4. Dai cinque anni in avanti, tali parole, sono usate per esprimere emozioni come la rabbia, la paura, la gelosia, la frustrazione e, in tal senso, diventano un modo per sfogarsi.
  5. Dopo i cinque anni e a partire dall’età scolare, i bambini iniziano a separarsi dalla famiglia per esplorare ciò che vi è al di là di essa. Questo naturale bisogno, li porta a voler essere più vicini ai coetanei anche opponendosi alle regole familiari e trasgredendole. È, anche, uno dei modi per sondare i propri limiti, capire fino a quale punto può spingersi e cogliere la fermezza genitoriale.

 Cosa fare?

  1. Mostriamo indifferenza se ci rendiamo conto che le parolacce sono usate per attirare l’attenzione.
  2. Manteniamo la calma evitando di ridere o dare, in qualche modo, peso a quanto accaduto. Ridendo, confermeremo che la parolaccia è divertente invogliando il bambino al suo utilizzo.
  3. Evitiamo, tuttavia, di apparire sdegnati, scandalizzati, arrabbiati perché sarebbe vano!
  4. Se l’episodio si ripete è importante intervenire con un atteggiamento deciso, fermo e tranquillo: spieghiamogli che vi sono parole che anche agli adulti capita di utilizzare, ma che è meglio evitare anche perché possono essere un’offesa per qualcuno. Poiché il bambino ha una conoscenza intuitiva e sensibile, coglie che è bene ascoltare e mettere in pratica ciò che gli diciamo.
  5. Mostrarci indifferenti non significa ignorare quanto accade. Ricordiamo, però, che le parolacce non trasformano il bambino in una persona maleducata e, ancora meno, lo siamo noi.
  6. Spieghiamo al bambino che è importante usare le parole di cui si conosce il significato, evitando quelle sconosciute e chiedergli se sa cosa quella parola vuole dire e cosa può accadere nel dirla.
  7. Ricordiamoci di essere dei modelli per i nostri figli e che fanno (e dicono) tutto ciò che noi facciamo e nello stesso modo in cui lo facciamo. Il nostro esempio è di fondamentale importanza.

Cosa non fare?

  • Cedere alla nostra ira e al senso di vergona e riprenderlo con veemenza, poiché, anche questa è una carezza, un riconoscimento seppur negativo. Il bambino si confermerà, così, che è un “buon” metodo per attirare ed avere attenzione anche con risultati dolorosi.
  • Usare punizioni di qualunque tipo perché il bambino si adatterà alla nostra richiesta per proteggersi, senza capire davvero perché evitare le parolacce in nostra presenza, ma adoperandole altrove. La reazione violenta e, soprattutto, inaspettata e immotivata (per il piccolo), fissa in modo indelebile quella parola nella sua mente, come fa una risata. In conseguenza di questo, il bambino può arrivare a convincersi di non avere il potere di controllare ciò che pensa e sente, di essere un bambino malvagio che merita le punizioni.

 N. B. Nessun bambino è volutamente volgare: difficilmente conosce il significato di certe parole così come, quando è molto piccolo, non rende conto che balbettare “pà-pà-pà”, si sta riferendo al padre, fino a che qualcuno non glielo spiega.

 d.ssa DGhisu

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