Raccontarsi

 

aiuto come si fa1.2

“Mio figlio non parla con me. Non mi racconta mai nulla. Anche se gli chiedo e mi mostro interessata fa come se non sentisse…”.

Questo è un “lamento” frequente che molti genitori fanno nel parlarmi dei figli e della relazione con loro.

Indubbiamente dipende dall’età, ma è anche vero che tale situazione è più frequente nella fase adolescenziale, per quanto anche bambini più piccoli parlino poco di sé coi loro genitori.

Innanzitutto, è importante dire che PARLARE (di sé e delle situazioni che si vivono)  come ASCOLTARE è qualcosa che si impara al pari di tutte le altre: raccontarsi e farsi ascoltare è un aspetto della relazione che si apprende fin da piccoli.

Se mamma e papà raccontano di sé e ascoltano insegneranno al loro piccolo quanto sia importante e in che modo farlo. Sicuramente, non è possibile o, comunque, è molto più difficile, impararlo quando si è più grandi e senza averne avuto un esempio dalle figure più importanti della vita di ognuno.

Raccontare e raccontarsi è un aspetto della relazione legato all’intimità e alla confidenza e se nel rapporto genitori-figli, intimità e confidenza mancano o sono unilaterali è difficile che si crei dal nulla all’improvviso. È qualcosa che richiede del tempo e che si costruisce giorno dopo giorno, anno dopo anno ed è bilaterale.

Ma come fare?

Ecco alcuni suggerimenti che possono essere utilizzati per creare e/o ri-creare intimità e confidenza finalizzati al dialogo e non solo…:

  1. Al primo posto è opportuno mettere il dialogo in famiglia e l’esempio che mamma e papà danno parlando di sé, della loro giornata, di ciò che hanno vissuto e delle emozioni provate. Ricordiamo che ciò che facciamo incide molto più delle parole stesse. L’esempio INSEGNA!
  2. Facciamo domande aperte invece di soffermarci su un aspetto preciso: chiediamo, dunque, “Come se stato/a oggi?”, “Hai trascorso una giornata interessante?”.

Nel soffermarci sul sentire invece che sul fare dimostriamo interesse per la persona invece che per ciò che ha fatto.

  1. Chiediamo di raccontarci di qualche compagno/amico col quale ha più confidenza per sapere come sono stati insieme e cosa hanno fatto.
  2. Qualunque età ha il bambino sia che frequenti la scuola dell’infanzia, la primaria o le medie (di 1° o 2° grado) rispettiamo il loro desiderio di non raccontare perché, forse, vogliono evitare di farlo in quel momento. Magari ci torneremo più tardi, sempre con domande su di loro e aperte.
  3. Raccontiamo di noi, della nostra giornata, di come ci siamo sentiti, cosa è accaduto, cosa abbiamo pensato e chiedendo un parere al bambino/ragazzo.
  4. Se ha sempre parlato di sé e, all’improvviso, ha smesso di farlo assecondiamo il suo momento ed evitiamo – per un po’ – di chiedere, continuando – tuttavia – a parlare di noi. Quando sarà pronto/a ricomincerà a parlarci di sé…
  5. Ricordiamo che, in particolare, i bambini piccoli non raccontano tanto di sé e delle loro esperienze scolastiche soprattutto lo fanno in modo non dettagliato come noi, invece, vorremmo. Sono alquanto laconici e questa è una loro caratteristica da rispettare legata ai confini che iniziano a mettere per definire se stessi e le esperienze che vivono fuori da casa.
  6. Ultimo punto, ma non meno importante, non facciamoci scoraggiare dal silenzio, dalle risposte evasive e dal loro trincerarsi dietro un “Non è successo niente!” e non mostriamo il nostro disappunto dicendo: “Vedo che non ti va di parlare e va bene così. Io ci sono se ti andrà di farlo: sono qui e pronta/o ad ascoltarti!”.

 

 

D.ssa DGhisu

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